mercoledì 14 novembre 2012

Classe operaia, comunisti, elezioni


di ERMAN DOVIS, Comitato Centrale PdCI (tratto da http://www.marx21.it/index.php)

La crisi sistemica del capitalismo avanza con la sua carica distruttiva, sconvolgendo la vita quotidiana di milioni di esseri umani. Mentre crescono a dismisura i profitti delle grandi corporazioni di un migliaio di grandi famiglie monopoliste (Elkann / Krupp / Benetton / Rockefeller e soci) , si procede alla colossale distruzione di forze produttive, si fomentano nuovi conflitti scatenando criminali guerre d’aggressione, aumentano in numero spaventoso disoccupati e cassintegrati . L’esistenza di tutti diviene insopportabile. Questo sconvolgimento sociale, politico ed umano sembra riflettersi anche nei pensieri generali e nelle analisi che leggiamo. C’è chi dice che tutto nasce per colpa della finanza cattiva, chi invece cerca di sostenere che “abbiamo vissuto al di sopra delle possibilità”, chi se la prende con la corruzione e la casta, mentre altri puntano il dito contro non meglio precisati poteri forti ed oscuri, quasi demoniaci.
Nondimeno, le soluzioni che si propongono rischiano di aumentare la confusione imperante: in risposta all’evidente processo di dismissione industriale del paese, in tanti invocano l’intervento straniero e salvifico, e c’è persino chi addirittura sostiene la riconversione industriale della più grande acciaieria d’Europa in un immenso villaggio turistico. Immancabili alternativi teorizzano la decrescita.
E’ un chiacchiericcio diffuso, insistente, invasivo, soprattutto inutile e inconcludente . Ma è ovvio: l’assenza della classe operaia dal dibattito politico determina una confusione generale, che si rivela ancor più tale nel momento in cui si lascia intendere che la crescita ed il rafforzamento di una forza comunista dipenda dall’intransigenza nel rifiutare alleanze, da strategie o tattiche elettorali spregiudicate. E’ invece un passaggio secondario.
Le misure assunte dall’esecutivo Monti, riflettono una drammatica condizione che vede governi e istituzioni completamente asserviti al potere diretto delle formazioni monopolistiche, le quali da tempo hanno ormai assunto una veste multinazionale, intrecciando i loro interessi in settori diversissimi e non necessariamente merceologici.
Oggi il modo di produzione capitalistico è di carattere monopolistico/finanziario, e l’attuale fase mostra senza possibilità di smentita una condizione di sussunzione dello stato al potere monopolistico, che arriva fino ai livelli più intimi delle istituzioni, fin nei più piccoli comuni, e che mostra la ferocia con cui i poteri economici procedono nelle loro requisizioni. Un’azione capillare, che mostra lo stato italiano divenire mercenario per conto dei grandi miliardari privati (i Marò in India a guardia di tesori privati di chissà chi) , che concepisce la costruzione della linea ferroviaria superveloce come rispondente esclusivamente agli interessi dei Montezemolo &C. in quanto tocca esclusivamente le città del business del centro nord. Il resto delle ferrovie italiane è lasciato morire, con le tratte che vengono costantemente cancellate. Le banche locali ancora estranee ai grandi gruppi finanziari, vengono commissariate da Bankitalia con il pretesto di qualche scandalismo, per essere consegnate successivamente ai colossi economici internazionali. Lo Stato scompare nell’impresa monopolistica, divenendo un semplice elemento della produzione. 
In questa condizione, il disagio generale investe strati sempre più larghi di produttori, alle dipendenze più o meno dirette dei monopoli. Il ceto medio non esiste più, è ormai solo retorica per creare una finta coscienza corporativa. La piccola, media , e buona parte della grande borghesia sono indipendenti solo a parole, perché il ricatto economico imposto dai monopoli rendono queste fasce dipendenti direttamente dalle decisioni dei gruppi finanziari. Il monopolismo rastrella ferocemente capitale a qualunque costo: si pensi ad esempio alla rapina di denaro posseduto in banca (in ogni sua forma), la messa a pagamento di debiti insolvibili, il fallimento e la requisizione dei beni di queste classi. Possiamo tranquillamente definire la borghesia una classe ipotecata, e il disagio del presidente di Confindustria Squinzi, più volte palesato, non può non essere oggetto della nostra attenzione, perché in caso contrario saremmo stupidamente schematici. Non dimentichiamoci che l’elezione stessa di Squinzi venne ostacolata in ogni maniera dalla Fiat, da Montezemolo, dai predoni dell’alta borghesia monopolista. Inoltre, se guardiamo alle vicende politiche di questi giorni in prospettiva elettorale, ci sono forze che da tutte le parti spingono per un proseguimento del governo Monti, con o senza Monti, accentuandone il carattere plebiscitario: Grillo, Renzi, gli attacchi a Bersani, le continue dichiarazioni di Montezemolo ed il ritorno di Berlusconi. Si cerca di impedire la vittoria del centro-sinistra, ovviamente non perché questa coalizione possa inaugurare la rivoluzione dei soviet , ma piuttosto perché in questa fase di crisi putrescente del capitalismo, i monopoli, preso direttamente in mano il potere e le istituzioni, non intendono delegare più come in passato. Farlo sarebbe una perdita di tempo no? Ed in questo momento non se lo possono permettere. Dunque, pur con la dovuta attenzione, non dobbiamo buttarla in malora con semplificazioni sciocche del tipo “ centrosinistra e centrodestra pari sono”, cosi’ come del resto in Usa non sono la stessa cosa Romney e Obama.
C’è un dato da aggiungere che è emblematico: alla incredibile massa di denaro accumulato dai monopoli non si somma una reale crescita produttiva. Non si investe cioè nel manifatturiero, o meglio, si investe molto meno proprio per il carattere multinazionale e non specificatamente merceologico che hanno assunto i gruppi monopolistici. L’impoverimento delle masse, il cui potere d’acquisto viene costantemente eroso in favore del profitto, determina una incapacità di assorbire i prodotti immessi sul mercato, e quindi si riduce la produzione di beni di prima necessità in favore della produzione di armi e beni di lusso. Gli investimenti si indirizzano verso chi può spendere, verso la finanza ed il terziario. 
Tutto ciò dimezza la produzione industriale, determina la distruzione di fabbriche e stabilimenti, crea disoccupazione di massa.
Recenti studi, confermati anche da un articolo di Giorgio Ruffolo (il mercato impeccabile) dimostrano come il denaro accumulato illegalmente dalle grandi famiglie monopoliste, e nascosto nei paradisi fiscali, ammonti ad una cifra che è di circa 12 volte il Pil mondiale, quasi un milione di miliardi di dollari.
La classe operaia e le masse popolari sono investite in pieno da queste dinamiche. L'attacco violento è condotto su due piani: dal lato economico, il venir meno degli investimenti nel manifatturiero impone la necessità di evacuare senza tante storie i lavoratori dal ciclo produttivo. 
Politicamente, dopo aver scomposto, frammentato e diviso la classe operaia col decentramento produttivo, si cerca di espellere le avanguardie più coscienti e combattive, come avviene in Sevel, come è avvenuto a Melfi. Siamo al tramonto della civiltà.
Le masse popolari sono impaurite, devastate da una violenza sociale che cresce di intensità ad un livello mostruoso. La classe operaia è sola, divisa ed isolata. La lotta di classe è come una guerra, ed in guerra il nemico prima ti isola tagliandoti le vie di comunicazione e rifornimento, poi ti passa a fil di sciabola. In conseguenza di ciò, anche i comunisti sono divisi e isolati, la scomposizione del ciclo produttivo ha politicamente questa funzione. Oggi siamo stati cacciati dalle istituzioni praticamente ovunque, persino dalle giunte regionali, provinciali e comunali.
Questo isolamento deve essere rotto con ogni mezzo necessario, assolutamente. In virtù di ciò è vitale che gli operai, i lavoratori , i comunisti, rientrino in parlamento. Questa prospettiva non deve neppure essere oggetto di discussione. Le tante chiacchiere che si sentono vertono tutte su una fastidiosa e sterile discussione tra “Pd si e Pd no”. La falsa questione nasce da un ragionamento errato, subalterno al pensiero forte, ad una concezione elettoralistica della politica, sia da parte di coloro che sostengono aprioristicamente il centrosinistra, sia dai duri e puri dell’opposizione. La cosa è dimostrata dal fatto che i primi sono convinti di uscire dalla crisi semplicemente con un governo socialdemocratico, (e sarebbe una pericolosa illusione) mentre i secondi sostengono che una forza comunista in opposizione a Bersani possa crescere costantemente e mobilitare le masse popolari. Ma la crescita di un partito comunista non dipende dal suo posizionamento tattico, non almeno nella misura in cui lo si ritiene nel dibattito attuale.
E’ la presenza attiva e dirigente dei lavoratori nelle organizzazioni comuniste, nei sindacati , che crea le condizioni per incidere negli assetti delle coalizioni, non il tasso di presunta radicalità di esse.
La forza di un’organizzazione comunista sta nella capacità di costruirsi e rafforzarsi come partito della classe operaia con influenza di massa. Questo ci pone di fronte alla necessità di pensare ad un progetto elettorale collocandolo all’interno di un processo più ampio: è il cosiddetto “camminare su due gambe” . La politica delle alleanze è necessaria oggi a maggior ragione del fatto che la ferocia delle Corporations, dell’alta borghesia finanziaria si scaglia contro tutto e tutti, e la contraddizione è stata aperta persino all’interno della borghesia stessa, come visto prima. Vitale è rientrare in parlamento e nelle istituzioni, ma contemporaneamente, il Partito deve crescere nelle fabbriche, tra gli operai, militare nei sindacati esistenti con atteggiamento costruttivo, parlare un linguaggio di classe all’interno di queste organizzazioni. Deve favorire una presa di coscienza di massa sul nemico mortale che abbiamo di fronte, il monopolismo, attraverso campagne ad esempio per il rilancio del settore pubblico nella grande industria (nazionalizzazioni e compartecipazioni) ,della tassazione dei grandi patrimoni, delle rendite finanziarie, del controllo pubblico e della nazionalizzazione del settore bancario nazionale. Occorre personalizzare la ricchezza nell’ambito dello scontro di classe, dare un volto alla classe avversaria: la gente deve prendere consapevolezza che dietro le società commerciali, dietro i colossi industriali e finanziari esistono grandi famiglie miliardarie. La retorica delle banche e del mercato anonimo crea rassegnazione e paura, la concretezza di sapere chi hai di fronte aumenta la determinazione.
Alla luce delle attuali dinamiche, ed anche dei recenti avvenimenti, il tema congressuale “Ricostruire il Partito Comunista” assume un’importanza fondamentale e strategica, ma occorre tener presente una condizione insopprimibile: la concezione gramsciana di partito della classe operaia, in cui la classe operaia sia presente, sia cioè avanguardia cosciente e forza dirigente del partito stesso. Da questa scaturirà inevitabilmente una ricomposizione organica ed unitaria dei partiti comunisti. E’ la presenza attiva e dirigente della classe operaia che crea unità tra comunisti, mentre la sua assenza disorienta, divide, tronca i rapporti tra compagni, indirizzandoci proprio sul terreno preparatoci dai grandi padroni, che incessantemente manovrano senza pudore per sprofondarci in un nuovo Medioevo. I fatti lo hanno dimostrato in passato e drammaticamente lo dimostrano oggi. E i nostri avversari lo sanno fin troppo bene.

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